Eleonora Rizzo

Eleonora Rizzo

Aderisco con entusiasmo a questa iniziativa allegando questo breve testo che parla del mio percorso.

“Ho lottato con la bilancia sin dall’adolescenza: la confidenza con il mio corpo era davvero un qualcosa che mi sembrava irraggiungibile, soprattutto perché in casa mia ero io quella diversa: io ero la figlia di una donna bellissima, mia madre, e di un preparatore atletico, mio padre, che approcciava sempre con molto disagio la mia fisicità.

Il mio senso di inadeguatezza ovviamente era anche un’arma per tutti i ragazzini che all’epoca mi prendevano in giro: ricordo che a 12 anni al mare il mio soprannome era “bombolo”.

Qualche anno più tardi ricordo che una delle mie più care amiche mi propose di fare una prova in palestra: un posto dove non ero mai stata.

Ricordo ancora la mia prima lezione: ero in ultima fila con uno step davanti a me, la mia amica si era già dileguata e quell’insegnate di nome Betty mi sorrise e mi disse “fai quello che puoi e divertiti”.

Beh, Betty qualche anno dopo divenne una mia collega (anche se la cito sempre molto volentieri perché senza di lei non sarei qui adesso) e quella frase divenne per me un vero e proprio mantra di vita, perché ad oggi che di anni ne sono passati diciassette  posso dire davvero di aver fatto tutto quello che ho potuto e di essermi divertita un sacco!

Un divertimento, il mio, che mi ha fatto perdere 22 kg e tutti i miei preconcetti su me stessa.

Un divertimento che è diventata una professione, nonostante l’immensa fatica nel dover sempre dimostrare qualcosa in più degli altri durante quel percorso di studi per arrivare a qui, sempre per compensare quel mio aspetto comunque sempre troppo poco “fit”.

Dovevo essere “secchiona” per sentirmi adeguata al contesto: qualche volta non sono stata capita per questo e qualche volta ho dovuto imparare a mie spese cosa significasse la parola mobbing.

Ma i miei sforzi e la mia resilienza sono stati premiati quasi subito con un sacco di lavoro, così arrivò anche la mia tanto sognata indipendenza. Ero libera di essere quello che volevo.

Il mio obiettivo è arrivare al cuore della gente e non trasmettere solo istruzioni da seguire, bensì emozioni travolgenti che motivino, che carichino, che inevitabilmente portino anche a risultati concreti, perché la qualità stessa degli esercizi proposti diventa migliore.

Il mondo per quell’ora di lezione era (ed è) un mondo migliore.

Il mio concetto di fitness non è mai stato fine a se stesso: siamo noi che dobbiamo coinvolgere ed includere tutti, che siamo parte attiva di questo spettacolo itinerante fatto di storie, occhi e cuori diversi fra loro e parlare nello stesso momento a tutti nella stessa lingua.

La diversità è un concetto frainteso, è considerata come un limite, senza considerare invece l’immensa gamma di alternative e di possibilità che ci viene offerta investendo solo un po’ di voglia di mettersi in gioco, che a parer mio è un prezzo più che onesto in cambio di una vita vissuta a pieno.

Dovrebbe essere stimolante per chi svolge il mio mestiere e quello stimolo mi ha portato fino a qui.

Ho cominciato a costruire questo concetto all’interno dello studio che negli ultimi 5 anni sono riuscita ad avviare nel centro della mia città, Genova, per poi trovare il culmine della nostra storia al mio incontro con Sabrina: insieme a lei (e alle altre nostre socie) abbiamo fondato Risewise Sewd.

Oggi se guardo indietro, però, tutta questa storia mi sembra un viaggio velocissimo che mi riporta alla fine a guardare negli occhi mia figlia Ludovica e a dirle: “FAI QUELLO CHE PUOI E DIVERTITI” .